Amici di carta

Sono nata sotto una stella cattiva che non si è mai dimenticata di farmi presente che io, la tranquillità, avrei potuto solo sognarla. Quando i miei genitori erano ancora sposati, non ricordo sia trascorso un solo giorno orfano dei loro litigi furiosi. All’inizio le urla mi spaventavano tanto che correvo a chiudermi nella mia cameretta con le mani sulle orecchie per non sentire. Con il trascorrere degli anni mi sono rassegnata ai loro bisticci, così come al fatto di esserne io la causa.

Per loro, avermi come figlia, era una terribile vergogna, soprattutto per mia madre, che non perdeva occasione di lodare le altre bambine su quanto fossero carine, educate e magre, al contrario di me, che avevo le orecchie ad anforetta, il carattere introverso, diversi chili di troppo e, come se non bastasse, un problema di balbuzie.

La sera, seduti a tavola per la cena, puntuale come un tramonto, la mamma mi richiamava per vari motivi, il più frequente era perché mangiavo troppo. Durante quella prima fase papà si limitava a ignorarci e questo faceva infuriare la consorte, che si lagnava di quanto lui fosse carente sia come marito che come padre. La seconda fase prevedeva brevi e secche repliche di lui, cui seguiva l’esplosione della genitrice. La terza fase era guerra senza esclusione di colpi. Le reciproche accuse di fallimento genitoriale degeneravano immancabilmente in uno scambio di insulti irripetibili.

Il tutto si svolgeva in mia presenza, senza che nessuno dei due si preoccupasse di quanto le loro parole potessero ferirmi e di come mi facessero sentire sbagliata.

Considerando che anche mamma e papà non fossero miei estimatori, sperare di avere degli amici era pura utopia. A essere onesta avrei accettato l’isolamento, se tutti mi avessero perlomeno ignorato. Invece, già dal primo anno d’asilo, sono sempre stata sbeffeggiata dai compagni. Era facile prendermi in giro, gli argomenti non mancavano.

La mia vita continuò in questo modo finché, un giorno di metà novembre papà annunciò alla mamma di volere il divorzio perché si era innamorato di un’altra donna. Considerando il loro rapporto conflittuale, la notizia non mi sorprese. A lasciarmi perplessa fu invece la reazione di mia madre. Dopo che lui se ne fu andato, iniziò ad aggirarsi per casa trascinandosi in ciabatte e vestaglia, continuando a lamentarsi per l’amore tradito, con una tenacia che avrebbe fatto invidia anche al fantasma della signora di Gropparello.   Tutto questo fino a che scoprì come affogare il dispiacere attraverso il magico potere dell’Amaretto di Saronno, il cui odore aleggiava per tutta la casa come una maledizione perenne. Non cambiò nulla, a parte il suo girovagare che si tramutò in un moto oscillante.

Nel frattempo, papà, felicemente risposato e divenuto di nuovo padre, dimenticò completamente la sottoscritta; unico segno della sua esistenza in vita, l’assegno mensile che era obbligato a versare per il mantenimento. Tuttavia quei soldi bastavano a malapena e alla signora di Gropparello, costantemente alticcia, di trovare un lavoro non passava neanche lontanamente per la testa. Così, dopo la scuola, per arrotondare, andavo a fare le pulizie nell’appartamento di un’arcigna vecchietta. Prima di tornare a casa, mi fermavo in biblioteca a fare i compiti. Mi impegnavo tantissimo a scuola perché volevo diventare biologo marino e attraversare gli oceani per studiare tutte le creature del mare esistenti. Sognavo un futuro dove la felicità sarebbe dipesa da me e da me soltanto.

Se da una parte cercavo con tutte le mie forze di costruire un domani migliore, sopravvivevo alla difficile convivenza con la mia genitrice rifugiandomi nei libri.

Leggere era l’appiglio a cui mi aggrappavo per assaporare una parvenza di pace. La biblioteca era il mio rifugio magico, dove studiavo e poi mi abbandonavo alle letture più svariate fino all’ora di chiusura. Adoravo l’odore della carta, le lame di luce che penetravano dagli abbaini fendendo l’aria polverosa, gli scaffali che arrivavano al soffitto stipati di volumi, i vecchi tavoli di legno lunghi e stretti; ma più di tutto, amavo il silenzio, rotto solo dal frusciare delle pagine. Mi aggiravo tra i reparti dedicati ai vari generi letterari e facevo scorrere le dita sul dorso dei libri, lasciando che fosse uno di loro a scegliermi. Nella mia immaginazione mi trovavo nel cimitero dei libri dimenticati di Zafòn, dove un giorno avrei trovato un libro speciale, solo per me. Un libro in cui mi sarei ritrovata e che mi avrebbe aiutata a tracciare un destino sereno.

E mentre divoravo un libro dietro l’altro, il mondo fuori lentamente si sgretolava come argilla al sole. La realtà sfumò piano, senza che me ne rendessi conto. Ogni cosa si dissolse e io rimasi con l’unica consapevolezza che tra quelle mura ero a casa, e che ero in attesa di qualcosa, anche se ignoravo di cosa si trattasse.

Poi, quando ti ho visto, ho capito che stavo aspettando te.

Vedo che mi leggi sorpresa, eppure sono proprio qui, tra le tue mani. Sì, sto parlando con te, è inutile che continui a guardarti intorno con quell’espressione spaesata.

Devo confessarti di averti notata subito, perché mi somigli. No, tranquilla, tu sei più carina e sicuramente parlerai con scioltezza, però hai la stessa mia tristezza riflessa negli occhi. Scommetto che anche tu hai problemi con i genitori, me ne sono accorta dai tuoi sospiri, quando leggevi dei miei. Chissà, magari anche loro litigano trovando te come scusa, solo per nascondere le loro frustrazioni. E poi c’è stata quell’espressione afflitta, quando raccontavo della scuola; forse anche i tuoi compagni se la prendono con i più deboli perché non hanno il coraggio di guardarsi allo specchio e affrontare la loro pochezza.  

Ho capito che anche tu ti senti sola, fuori posto, sempre e ovunque. Per questo motivo cerchi rifugio tra i libri; perché sono tuoi amici, gli unici che ti accettano per quello che sei, gli unici dai quali non devi difenderti. Anche tu ne hai bisogno per salvarti. Ma non devi più preoccuparti di nulla. Non sei più sola. Adesso ci sono io. Sono felice tu sia arrivata fin qui, non vedevo l’ora che mi passassi accanto e che le tue dita mi sfiorassero. Non aspettavo altro, per sceglierti e incoraggiarti a costruire insieme a me, un futuro fantastico.

py

Pubblicato da pycall

I racconti di py

13 pensieri riguardo “Amici di carta

  1. Vorrei commentare, dicendoti che anche certi di sesso maschile (me per esempio) hanno sofferto come te, pur senza genitori divorziati e senza appariscenti particolarità fisiche, ma per il solo fatto di esistere e di occupare, senza essere desiderato, un piccolo spazio nell’orizzonte del prossimo. Vorrei scriverti che ti capisco, che puoi rivolgerti anche a me come hai fatto con la ragazza immaginaria.Adesso purtroppo non posso continuare, ma tornerò a trovarti ( se mai ti facesse piacere – tranquilla sono un vecchio che sogna ancora come un bambino).

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      1. Non importa se la storia che hai narrata, sia vera o immaginaria. Tu sei reale? O sei per me soltanto parole che si leggono e svaniscono, rifugiandosi nella propria mente? Ecco io ho parlato con te come si parla con colui o colei che scrive storie che toccano la mia memoria.

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