Io mi lucio

(Breve storia di una Lampyris Nocticula, ovvero, una lucciola italiana).

Io mi lucio. Nel senso che ho la luce dentro. Se pensate stia parlando di illuminazione, ottimismo o cose di questo tipo siete fuori strada. Se invece pensate che stia parlando sotto l’effetto di funghi o strane erbette, vi siete proprio perduti. Perché io la luce dentro ce l’ho davvero. Nel senso che illumino. No, non sono una lampadina, quella è roba artificiale. La mia luce è tutta naturale. Senza tungsteno aggiunto. Ora interverrà il sapientone di turno che vi spiegherà come la mia bioluminescenza derivi dall’ossidazione di una proteina che si chiama luciferina, che fa anche rima, e che reagisce all’ossigeno grazie a un enzima che si chiama luciferasi e che si trasforma in un’altra sostanza che libera energia sotto forma di luce e poi bla, bla, bla. Erano secoli che gli scienziati cercavano una spiegazione e comunque ancora adesso, io e tutte quelle della mia specie per loro rimaniamo un mistero. Problemi loro, che io ho già i miei a cui pensare. Cioè, tutto sommato posso considerarmi fortunato per diversi motivi. Il primo è che sono un maschio e, a differenza delle femmine, posso volare. Secondo, ho un sapore così cattivo che non piaccio a nessun predatore e così posso vivere relativamente tranquillo. Terzo è che posso scegliermi la fidanzata che voglio. Che poi parlare di scegliere è un po’ eccessivo, dal momento che tutti gli esemplari appartenenti al gentil sesso della mia specie sono uguali. Però provate a immaginare che le vostre donne, nessuna esclusa, fossero come Kate Moss e che quindi, su qualsiasi compagna cadesse la vostra scelta, sarebbe comunque il massimo. Ecco, per noi funziona così, le nostre femmine sono tutte delle Kate Moss pronte ad accoglierci a zampette aperte.  E poi c’è il quarto motivo ed è che sono un amatore formidabile. Pensate che potrei amoreggiare una notte intera. Senza sosta. Vi vedo scettici. Beh, se non ci credete sono affari vostri. E della vostra invidia, suppongo.

Questi sono dunque i motivi per cui posso affermare di essere fortunato. Ora passiamo ai trascurabili “problemucci” che la mia specie paga come scotto per tanta magnificenza.

Allora, da dove posso cominciare. Dall’inizio, ovvio. Fino a quando ero chiuso nell’uovo sono stato costretto a rimanere piegato su me stesso con la faccia a diretto contatto con le mie parti basse. Si è trattato solo di un paio di settimane, ma vi assicuro che è stato tutt’altro che piacevole. Uscire dall’uovo in quelle condizioni poi, è stata un’impresa titanica, tanto che il mio primo pensiero è stato – Ma non potevo nascere armadillo?

Una volta fuori non ho nemmeno avuto il tempo di riprendere fiato che mi sono dovuto nascondere per non diventare il pasto di qualche predatore decerebrato, poiché, quando ancora non brillavo della mia luce era facile scambiarmi per una larva qualunque. Lo iellato mi avrebbe sicuramente sputato subito, ma sarebbe stato troppo tardi e io, innocente creatura appena nata, avrei preso la cittadinanza nei campi elisi senza nemmeno avere la possibilità di capire cosa fosse successo. Altra spinosa faccenda sono i nomi che hanno deciso di affibbiarci nelle diverse fasi evolutive. Il primo è “larva”, poi “ninfa” e infine “pupa”. Che imbarazzo. Insomma, mi chiedo chi abbia avuto il coraggio di chiamarci in quel modo. Non hanno preso in considerazione la possibilità di ferire l’amor proprio di chi poi sarebbe diventato un luminoso e aitante maschietto?

Niente da fare, sarà stato qualche scienziato colpito per sbaglio dalla freccia di cupido. Oppure da uno scienziato donna che a tempo perso scriveva poesie. Chi lo sa. Lasciando da parte i discutibili nomi con cui sono stato catalogato in ogni fase della mia esistenza, che anche quello da adulto non scherza, vorrei parlare della mia dieta. Non so cosa darei per essere vegano. E invece niente, per vivere devo mangiare lumache. Neanche fossi francese, per la miseria. Ma non è tutto, per dare loro la caccia sono costretto a zampettare sulla loro scia di muco e vi assicuro che inzaccherarsi di bava è disgustoso. Dulcis in fundo, la faccenda dell’accoppiamento. Già, perché se anche è vero che sono un amatore formidabile e che la mia dolce metà sarà incantevole come Kate Moss, c’è il piccolo inconveniente che dopo l’accoppiamento muoio. Una bella iella. Ma immagino sia questo il prezzo da pagare per essere la creatura straordinaria e magnifica quale io sono.

Dunque, per riassumere la mia vita in tre righe, trascorro due anni strisciando tra umide radici e foglie secche e quando finalmente posso volare, non faccio quasi in tempo a trovarmi una fidanzata e a sbrilluccicare un po’ nel buio, che devo scendere dalla giostra. Game over.

E dovrei anche considerarmi privilegiato per essere riuscito a nascere, che di questi tempi non è una faccenda da poco. Con tutti i diserbanti e pesticidi che infestano il nostro habitat, non è affatto semplice. Anzi. Per non parlare dell’inquinamento luminoso. Trovare un praticello buio è come cercare il sacro Graal. E del clima vogliamo parlare? O fa troppo freddo, oppure troppo caldo. O è troppo secco, oppure troppo piovoso. Ormai non ci sono quasi mai le condizioni giuste per noi. Che tristezza. Per questo siamo rimaste in poche. Siamo degli Highlander, altro che lucciole.

Ne rimarrà una sola. E poi più nemmeno quella. Ci estingueremo e sarà tutta colpa vostra. Ma cosa ve lo dico a fare, tanto non capite. Forse un giorno, ma temo che a quel tempo sarà tardi anche per voi. Il bello è che non potrete incolpare nessuno.

Per il momento comunque, noi piccole impavide e generose eroine, resistiamo. E qualcuno di voi kamikaze, non molti credo, potrà ancora deliziarsi dello spettacolo di luci che insceniamo ogni inizio estate. Saremo ancora una volta un cielo stellato al contrario che accarezza il prato in una silenziosa danza di luci. Saremo puntini luminosi capaci di sconfiggere il buio senza nemmeno combattere, semplicemente vivendo. Tuttavia nemmeno voi, ignari privilegiati che mi vedrete, minuscola stella tra le stelle che danza in un cielo al contrario, puntino luminoso che sconfigge il buio per trovarsi una fidanzata, nessuno, ma proprio nessuno potrà sentire il mio portentoso assolo degno di Pavarotti in Nessun dorma, mentre canto nella notte “Io mi luciooo.”

Il suo dolce sorriso

La maggior parte delle persone lo temeva, mentre le altre ne provavano repulsione. Per un motivo o per l’altro, comunque tutte, indistintamente, lo tenevano a debita distanza. Rammentava vagamente di essere stato amato, quando era piccolo, ma poi era accaduto qualcosa di cui non aveva più memoria e di punto in bianco si era ritrovato solo e sperduto in un luogo che gli era estraneo senza più casa e affetti. I primi tempi, in preda alla disperazione e alla fame, aveva provato a cercare aiuto e conforto, ma era sempre stato scacciato malamente, oppure picchiato senza alcuna pietà. Aveva imparato che, se voleva sopravvivere, doveva cavarsela da solo e rimanere il più defilato possibile da tutti. Era cresciuto tra gli stenti, dormendo in rifugi di fortuna nelle baracche disabitate della periferia e procacciandosi qualcosa da mangiare tra i rifiuti. Si era rassegnato a una vita da vagabondo triste e solitario, ma poi aveva incontrato lei e nel suo cuore accartocciato si era riacceso un lumicino di speranza. Era accaduto una mattina, per caso. Stava sfuggendo a una banda di ragazzini che cercava di colpirlo con dei sassi. In preda al terrore era scappato senza guardare dove stesse andando e si era ritrovato nelle strade del centro della cittadina, zona che evitava perché troppo affollata. Era fermo a un incrocio, ingobbito dall’affanno e si guardava intorno circospetto. Fu allora che si accorse con stupore che lei gli stava sorridendo. Non poteva crederci, eppure era solo, sul marciapiede, quindi quel sorriso era proprio per lui. Bastò quel gesto perché un’ondata di gioia lo travolgesse, perché la luce del sole sembrasse più splendente, la notte meno spaventosa e la fame meno fame. Si nutrì di quell’emozione dimenticata, talmente bella e potente da volerla provare ancora, ancora e ancora, a tutti i costi, fino alla fine dei giorni.

Così, tutte le mattine, lasciava il rifugio in periferia mosso da un desiderio impossibile da soffocare, raccoglieva tutto il suo coraggio e attraversava i trafficati viali alberati del paese per raggiungere l’angolo della strada dove l’aveva incrociata la prima volta e dove aspettava di vederla passare, sperando lo guardasse ancora con quell’espressione allegra e gentile. Aveva capito che, sempre allo stesso orario, sbucava dall’angolo di una via attigua e attraversava la strada con lo zaino più grande di lei caricato sulle spalle, la mano stretta a una donna che camminava di fretta costringendola quasi a correre per starle al passo. Quando la vedeva, lui scattava sull’attenti ed evitava perfino di sbattere le palpebre per catturare ogni singolo fotogramma del suo passaggio. Non osava mai avvicinarsi, restava a una ventina di metri di distanza e la fissava incantato, seminascosto dietro il tronco del pioppo vicino al semaforo. Nonostante il suo stare defilato, lei lo cercava sempre con lo sguardo e sempre gli sorrideva. Bastava quello per rallegrargli la giornata. Era la sua pillola di felicità quotidiana. Una volta però, si prese un bello spavento, perché lei, dopo avergli dedicato il solito sorriso, lo aveva indicato alla signora che la accompagnava. Per un attimo aveva temuto il peggio. Già si vedeva scacciato dalla donna. Invece quest’ultima gli aveva lanciato solo un’occhiata distratta. Niente di più.

Forte del fatto di non essere considerato una minaccia, si fece più intraprendente e curioso. Voleva sapere dove andasse quasi tutti i giorni la sua dispensatrice di gioia, così provò a seguirla di nascosto e scoprì che, insieme a tanti altri, tutti con gli zaini in spalla, varcava un cancello ed entrava in una grande casa con tante finestre che tutti chiamavano scuola. Con il tempo prese l’abitudine di sostare oltre il cancello chiuso, accanto a una siepe, dove aveva scoperto di poterla osservare per tutta la giornata, perché sedeva proprio vicino a una delle finestre. Anche lei si era accorta di lui e di tanto in tanto lo salutava con la mano, rendendolo più felice che mai.

Voleva solo restare ad ammirare quel visetto buono e dolce. Non poteva immaginare che la sua presenza avrebbe creato problemi. Non dava fastidio a nessuno, in fondo. Ma qualcuno, probabilmente, la pensava in modo diverso.

Accadde tutto in un attimo. Era una mattina come tante altre e gli alunni erano già a scuola, i cancelli, chiusi. Come sempre la osservava rapito, quando notò gli occhi sgranati dal terrore di lei. Subito dopo si sentì stringere forte il collo, fu strattonato con violenza e spinto in una specie di cassa, dentro un furgone. Tutto diventò buio, anche la paura che non aveva avuto il tempo di provare.

Nel sonno indotto, l’eco di un passato dimenticato gli fece visita. Sognò di quando era piccolo, del grande fiocco che aveva al collo e del bambino al quale lo avevano regalato come nuovo compagno di giochi. Sognò il periodo felice dove aveva una bella cuccia morbida dove dormire, la ciotola della pappa che veniva regolarmente riempita due volte al giorno e il tanto giocare con il suo padroncino. Sognò di quando lo avevano caricato in auto, insieme a tutta la famiglia che stava partendo per le vacanze. Di come si sentiva felice, tanto da non accorgersi delle lacrime del suo piccolo amico. Poi l’auto dove stavano viaggiando fece una sosta in aperta campagna e il padre del suo padroncino, un omone scontroso, lo prese per il guinzaglio e lo fece scendere. Seguì docilmente l’uomo che lo legò al ramo che pendeva fino quasi a terra di un grande albero prima di risalire in auto, avviare il motore e andare via. Senza di lui. Sognò di quanto aveva aspettato fiducioso il loro ritorno e poi la paura, la fame e soprattutto la sete che aveva provato, prima di rendersi conto che non sarebbe più arrivato nessuno. Lo avevano abbandonato. Non si spiegava perché lo avessero fatto. Si era sempre comportato bene. Faceva i bisogni in giardino, non entrava in casa e non rompeva niente. Certo, era diventato grande e faticava a entrare nella sua cuccia, ma quella non poteva essere una colpa. Sopraffatto dalla sete, aveva iniziato a tirare e morsicare con rabbia il guinzaglio che lo teneva ancorato all’albero. Era riuscito a liberarsi, ma ancora non sapeva che i suoi problemi erano appena iniziati.

Si risvegliò in una gabbia. Accanto e di fronte a lui ce ne erano tante altre. C’era un baccano infernale, tra latrati di disperazione e gente che urlava. Un delirio.

Il suo primo pensiero fu che era giunta la sua fine. Quel posto era troppo orribile per sperare il contrario. L’inquilino della prigione accanto, neanche gli avesse letto nel pensiero, guaì mestamente.

Il tempo passava. I suoi compagni di prigionia erano stati prelevati uno alla volta dalla propria gabbia e non era più tornato nessuno. Era di nuovo rimasto solo. Il giorno e la notte continuavano ad alternarsi, ma dove si trovava lui non entrava il sole e non si vedevano le stelle. Gli mancava il cielo, ma più di tutto gli mancava lei e il suo bel sorriso che non avrebbe più rivisto. La tristezza si riversò fuori di lui in un lungo ululato. Un guardiano armato di bastone arrivò a passo deciso e prese a battere sull’ unica gabbia ancora abitata per zittirlo e lui, rincantucciato nel suo angolo, ingoiò in silenzio il dolore prima di abbandonarsi al sonno rassegnato di chi non ha più lacrime.

Fu svegliato dalla vocetta di una bambina. Il cane non poteva credere ai propri occhi. Lei era davanti a lui, non la stava sognando. La sua coda si animò di vita propria e cominciò a scodinzolare come una matta. Dalla sua bocca fece capolino la lingua che cadde penzoloni perdendo gocce di bava e dalla gola uscirono mugolii imbarazzanti che gli era impossibile trattenere. Si stava comportando davvero in modo strano e un po’ si vergognava, tuttavia qualcosa dentro di lui gli suggeriva che era l’unico modo per dimostrare la sua contentezza. «Guarda mamma, è lui!» Esclamò la piccola. 

«Ne sei sicura tesoro?» Alla domanda della donna la bimba rispose assentendo energicamente con il capo.

«Mia figlia lo aveva visto portare via dagli accalappiacani e mi ha dato il tormento perché venissimo a prenderlo per adottarlo» Si lamentò la madre, ma aveva l’espressione bonaria quando i suoi occhi incrociarono quelli dell’animale.

Il guardiano parlottò brevemente con la donna, dopo di che aprì la gabbia. «Sei un cane fortunato, sai?» disse agganciando collare e guinzaglio.

«Fortunato, lo chiameremo Fortunato» dichiarò la bambina.

Il cane non ricordava se avesse mai avuto un nome, ma tra una goccia di bava e una scodinzolata, pensò che Fortunato fosse il nome più bello del mondo.

Amici di carta

Sono nata sotto una stella cattiva che non si è mai dimenticata di farmi presente che io, la tranquillità, avrei potuto solo sognarla. Quando i miei genitori erano ancora sposati, non ricordo sia trascorso un solo giorno orfano dei loro litigi furiosi. All’inizio le urla mi spaventavano tanto che correvo a chiudermi nella mia cameretta con le mani sulle orecchie per non sentire. Con il trascorrere degli anni mi sono rassegnata ai loro bisticci, così come al fatto di esserne io la causa.

Per loro, avermi come figlia, era una terribile vergogna, soprattutto per mia madre, che non perdeva occasione di lodare le altre bambine su quanto fossero carine, educate e magre, al contrario di me, che avevo le orecchie ad anforetta, il carattere introverso, diversi chili di troppo e, come se non bastasse, un problema di balbuzie.

La sera, seduti a tavola per la cena, puntuale come un tramonto, la mamma mi richiamava per vari motivi, il più frequente era perché mangiavo troppo. Durante quella prima fase papà si limitava a ignorarci e questo faceva infuriare la consorte, che si lagnava di quanto lui fosse carente sia come marito che come padre. La seconda fase prevedeva brevi e secche repliche di lui, cui seguiva l’esplosione della genitrice. La terza fase era guerra senza esclusione di colpi. Le reciproche accuse di fallimento genitoriale degeneravano immancabilmente in uno scambio di insulti irripetibili.

Il tutto si svolgeva in mia presenza, senza che nessuno dei due si preoccupasse di quanto le loro parole potessero ferirmi e di come mi facessero sentire sbagliata.

Considerando che anche mamma e papà non fossero miei estimatori, sperare di avere degli amici era pura utopia. A essere onesta avrei accettato l’isolamento, se tutti mi avessero perlomeno ignorato. Invece, già dal primo anno d’asilo, sono sempre stata sbeffeggiata dai compagni. Era facile prendermi in giro, gli argomenti non mancavano.

La mia vita continuò in questo modo finché, un giorno di metà novembre papà annunciò alla mamma di volere il divorzio perché si era innamorato di un’altra donna. Considerando il loro rapporto conflittuale, la notizia non mi sorprese. A lasciarmi perplessa fu invece la reazione di mia madre. Dopo che lui se ne fu andato, iniziò ad aggirarsi per casa trascinandosi in ciabatte e vestaglia, continuando a lamentarsi per l’amore tradito, con una tenacia che avrebbe fatto invidia anche al fantasma della signora di Gropparello.   Tutto questo fino a che scoprì come affogare il dispiacere attraverso il magico potere dell’Amaretto di Saronno, il cui odore aleggiava per tutta la casa come una maledizione perenne. Non cambiò nulla, a parte il suo girovagare che si tramutò in un moto oscillante.

Nel frattempo, papà, felicemente risposato e divenuto di nuovo padre, dimenticò completamente la sottoscritta; unico segno della sua esistenza in vita, l’assegno mensile che era obbligato a versare per il mantenimento. Tuttavia quei soldi bastavano a malapena e alla signora di Gropparello, costantemente alticcia, di trovare un lavoro non passava neanche lontanamente per la testa. Così, dopo la scuola, per arrotondare, andavo a fare le pulizie nell’appartamento di un’arcigna vecchietta. Prima di tornare a casa, mi fermavo in biblioteca a fare i compiti. Mi impegnavo tantissimo a scuola perché volevo diventare biologo marino e attraversare gli oceani per studiare tutte le creature del mare esistenti. Sognavo un futuro dove la felicità sarebbe dipesa da me e da me soltanto.

Se da una parte cercavo con tutte le mie forze di costruire un domani migliore, sopravvivevo alla difficile convivenza con la mia genitrice rifugiandomi nei libri.

Leggere era l’appiglio a cui mi aggrappavo per assaporare una parvenza di pace. La biblioteca era il mio rifugio magico, dove studiavo e poi mi abbandonavo alle letture più svariate fino all’ora di chiusura. Adoravo l’odore della carta, le lame di luce che penetravano dagli abbaini fendendo l’aria polverosa, gli scaffali che arrivavano al soffitto stipati di volumi, i vecchi tavoli di legno lunghi e stretti; ma più di tutto, amavo il silenzio, rotto solo dal frusciare delle pagine. Mi aggiravo tra i reparti dedicati ai vari generi letterari e facevo scorrere le dita sul dorso dei libri, lasciando che fosse uno di loro a scegliermi. Nella mia immaginazione mi trovavo nel cimitero dei libri dimenticati di Zafòn, dove un giorno avrei trovato un libro speciale, solo per me. Un libro in cui mi sarei ritrovata e che mi avrebbe aiutata a tracciare un destino sereno.

E mentre divoravo un libro dietro l’altro, il mondo fuori lentamente si sgretolava come argilla al sole. La realtà sfumò piano, senza che me ne rendessi conto. Ogni cosa si dissolse e io rimasi con l’unica consapevolezza che tra quelle mura ero a casa, e che ero in attesa di qualcosa, anche se ignoravo di cosa si trattasse.

Poi, quando ti ho visto, ho capito che stavo aspettando te.

Vedo che mi leggi sorpresa, eppure sono proprio qui, tra le tue mani. Sì, sto parlando con te, è inutile che continui a guardarti intorno con quell’espressione spaesata.

Devo confessarti di averti notata subito, perché mi somigli. No, tranquilla, tu sei più carina e sicuramente parlerai con scioltezza, però hai la stessa mia tristezza riflessa negli occhi. Scommetto che anche tu hai problemi con i genitori, me ne sono accorta dai tuoi sospiri, quando leggevi dei miei. Chissà, magari anche loro litigano trovando te come scusa, solo per nascondere le loro frustrazioni. E poi c’è stata quell’espressione afflitta, quando raccontavo della scuola; forse anche i tuoi compagni se la prendono con i più deboli perché non hanno il coraggio di guardarsi allo specchio e affrontare la loro pochezza.  

Ho capito che anche tu ti senti sola, fuori posto, sempre e ovunque. Per questo motivo cerchi rifugio tra i libri; perché sono tuoi amici, gli unici che ti accettano per quello che sei, gli unici dai quali non devi difenderti. Anche tu ne hai bisogno per salvarti. Ma non devi più preoccuparti di nulla. Non sei più sola. Adesso ci sono io. Sono felice tu sia arrivata fin qui, non vedevo l’ora che mi passassi accanto e che le tue dita mi sfiorassero. Non aspettavo altro, per sceglierti e incoraggiarti a costruire insieme a me, un futuro fantastico.

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Vivo a ridosso di un bosco

Vivo a ridosso di un bosco. Oltre la pineta, separato da una fragile rete in metallo verde scuro, si estende una macchia di betulle, aceri, carpini bianchi e frassini. In estate, ai margini dei sentieri sterrati che si snodano tra gli alberi, una profusione di erica, genziane, ranuncoli, felci e salici rosmarifoglia. Ci sono ristagni d’acqua dove le raganelle improvvisano cori vivaci, tra i giunchi acuminati e l’elegante tifa. La mattina presto, il canto di una miriade di uccellini riempie l’aria e non penso esista una sveglia più bella. Il cielo è il regno di tre splendide poiane, inconfondibili per la maestosità del volo e il canto querulo. Il tempo è scandito dal timido picchio rosso, difficile da vedere, ma che fa sentire la sua presenza con il continuo picchiettare del becco sui tronchi più alti. Quando giunge la sera, il bubolare del gufo traghetta nel sonno. Volpi e scoiattoli abitano ancora tranquilli. L’autunno è un’esplosione di colori, il canto agonizzante di un tempo che sta per finire, mentre in inverno, puoi intravedere aironi cinerini che riposano e tra i rami spogli che tendono verso l’alto come dita ossute che implorano il cielo; regna il silenzio delle foglie cadute e l’eco senza voce dei ricordi, dove sovente mi aggiro, respiro e mi raccolgo, immaginando la primavera.

Sono qui

È difficile scrivere in un luogo a me sconosciuto, ed è ancora più complicato considerando il periodo buio che il mondo intero sta attraversando. Ammetto di digitare queste parole sulla tastiera con una punta di disagio, come se mi intromettessi in una conversazione iniziata da tempo e della quale non so nulla. Ma sono qui, affacciata alla finestra, mentre fuori anche la primavera lotta contro un’ondata di gelo che pietrifica le pratoline appena sbocciate. Sono qui, con le mie parole che hanno voglia di raccontarsi, mentre gli occhi rimangono aggrappati all’unico orizzonte che è loro concesso aspettando pazientemente l’arrivo di una nuova alba. Perché domani arriverà, prima o poi. E sarà un giorno bellissimo.

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